Ugo da Carpi: incisione e novità tra Venezia e Roma

In quest’ultimo periodo, per motivi di studio, mi sono molto avvicinato all’arte incisoria tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo; la materia trattata è veramente densa e non mancheranno occasioni di approfondire diversi argomenti a riguardo di questa branca dell’arte poco esplorata e meno conosciuta dal pubblico. Tra le personalità artistiche che si muovono nel panorama dell’incisione dei primi del ‘500 troviamo Ugo da Carpi. Egli nasce nella bella città del modenese che si unisce al suo nome intorno al 1470, ma lavorerà lontano dalla sua terra natia per molto tempo, sarà infatti, e da qui il titolo del nostro articolo, molto presente a Venezia, dal 1511 e poi a Roma almeno fino al Sacco dei Lanzichenecchi della capitale nel 1527. A Venezia, Ugo viene in contatto con Tiziano, già affermato artista che è intendo in quegli anni a realizzare gli affreschi per la scuola del Santo a Padova; come con il Cadorino, egli viene a contatto con tutta la schiera di giovani artisti che lo circondavano, come anche Domenico Campagnola (di cui ho parlato in un articolo qualche tempo fa). Ispirato da Tiziano e in sua stretta collaborazione, una delle prime opere di Ugo è il “Sacrificio di Abramo”.

In quest’opera il riferimento a Tiziano è quanto mai presente e risente in modo particolare dagli affreschi di quest’ultimo alla scuola del Santo. Ugo in modo del tutto anomalo, rispetto alla tradizione incisoria precedente, rappresenta la scena principale di Abramo che cerca di sacrificare il figlio Isacco sullo sfondo in alto a destra. Questo espediente è usato da Tiziano nella “Scena di Omicidio”, dove il primo piano è occupato da una scena, ma la storia principale si svolge sullo sfondo. Anche il gruppo di alberi dietro le figure di Abramo e Isacco di Ugo risentono molto dell’influsso grafico del Cadorino e del suo disegno “Gruppo d’alberi”.

Frutto della collaborazione con Tiziano è anche la splendida incisione del San Girolamo.

Ugo si firma dimesso e pone il nome di Tiziano al centro dell’opera; un operazione di “marketing sui generis” che avrebbe permesso a Ugo di farsi conoscere maggiormente attraverso il nome, nettamente più famoso, del disegnatore dell’opera: Tiziano. IL modello utilizzato dal Cadorino per il disegno del San Girolamo non è nuovo e anzi riprende il fantastico tratto del disegno per il San Sebastiano del “Polittico Averoldi” di Brescia.

Ugo da Carpi, mentre si trova ancora a Venezia comincia a percepire il richiamo romano e inizia a interessarsi dell’arte della corte pontificia che gli giunge mediante le opere incise di Marcantonio Raimondi, da disegni e dipinti di Raffaello. Ugo apprende da questi nuovi modelli e li innova con tocchi tizianeschi che ritroviamo anche in altri artisti come Domenico Campagnola, che tratterà lo stesso tema, con la stessa modalità compositiva.

La prima immagine mostra l’originale di Raffaello, mentre la seconda e la terza sono rispettivamente i lavori di Ugo da Carpi e di Domenico Campagnola. L’impianto è quello romano di Raffaello, ma entrambi gli artisti inseriscono uno sfondo più veneziano, con una rocca che ricorda quella della “Sommersione del Faraone” di Tiziano. Si tratta quindi di un’opera di commistione tra il modello romano e quello veneziano, che prepara Ugo alla nuova esperienza d’orbita attorto alla bottega di Raffaello.

Ugo arriva a Roma e immediatamente capisce la diversità del modo di lavorare e fare arte, oltre all’ambiente che possiamo immaginare notevolmente competitivo. In realtà Ugo orbita attorno a quello che rimane della bottega di Raffaello che muore nel 1520. A Roma, dopo la morte dell’Urbinate, si comincerà a sviluppare una corrente molto interessante: siamo agli albori del Manierismo e la città eterna diventa metà di alcuni grandi esponenti di questa nuova “maniera”: Parmigianino e Rosso Fiorentino, i quali si fondono con i vecchi allievi di Raffaello: Marcantonio Raimondi, Giulio Romano e Perin del Vaga. La base espressiva rimangono i lavori e i disegni incisi e non di Raffaello, ma l’impossibilità percepita di raggiungere le stesse altezze espressive dell’Urbinate, porta i vari artisti a ripiegare su un’arte solo in parte imitativa del Rinascimento, come troppo spesso ed erroneamente si crede del Manierismo, ma assolutamente personale e nuova. Il Manierismo romano è un misto, è un periodo di incontro delle varie scuole della penisola italiana e ne è un esempio l’ “Ercole che caccia l’avarizia” di Ugo da Carpi, il quale ha come riferimento il Robetta, ma anche l’architettura palladiana e l’incisione romana del Raimondi.

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Perché innovazione? Innovazione perché, Ugo sembra aver inventato o meglio innovato, dal momento che sembra essere stata inventata nella cerchia di Lucas Cranach il Vecchio, una tecnica xilografica molto interessante, quella del chiaroscuro: si tratta di un incisione xilografica, quindi realizzata utilizzando una matrice lignea intagliata, che invece che essere incisa in un unico blocco, è intagliata in più blocchi di diverso tipo di legno e con un diverso incavo, al fine di realizzare un’immagine con effetti, appunto, chiaroscurati e maggiormente pittorici. Un esempio molto ben eseguito da Ugo, seppur con qualche variazione dall’originale disegno di Parmigianino, è il “Diogene”, un elemento questo che avrà molto successo e sarà copiato anche da Jacopo Caraglio e Antonio da Trento negli anni immediatamente successivi.

Ugo_da_Carpi_-_Diogenes

Spero che questo breve approfondimento sulla figura di Ugo da Carpi sia stato di vostro interesse: fatemelo sapere! Frattanto, qualora foste interessati ad altri approfondimenti sull’incisione o su alcuni artisti trattati in questo testo vi invito a leggere gli articoli di Artèpassione su Domenico Campagnola e Acquaforte: tecnica ed esempi celebri, quest’ultimo con riferimento a un altra tecnica che potrebbe interessarvi se siete amanti del tema.

Angelo Bartuccio

Riproduzione riservata

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