Domenico Rossi e l’architettura del primo Settecento veneziano

Uno dei personaggi principali nel panorama dell’architettura veneziana del primo Settecento è indubbiamente Domenico Rossi. Figlio d’arte, sua madre è sorella del famoso architetto Giuseppe Sardi, autore quest’ultimo dell’importantissimo progetto progetto per la facciata della chiesa di Santa Maria di Nazareth (Scalzi) di Venezia. Il Rossi a Venezia ha una formazione prettamente secentesca e barocca alla scuola di Baldassare Longhena, autore fra le altre della chiesa della Salute. Domenico nella sua carriera autonoma sembra staccarsi dalla pomposa architettura barocca e comincia ad elaborare un linguaggio nuovo, più moderno e che, pur guardando al passato, è capace di rinnovare il volto del capoluogo lagunare.

Una delle sue prime opere è certamente il progetto per la facciata della chiesa di Sant’Eustachio (San Stae) a Venezia. Si tratta di una chiesa molto antica che per lascito testamentario di Alvise Mocenigo dal 1709 comincia ad essere modificata con il portare la facciata al posto delle absidi direttamente sul Canal grande, e a realizzare ex novo la facciata stessa. Il concorso per la nuova chiesa è molto partecipato e spiccano ancora progetti di stampo fortemente barocco, come quelli di Gian Giacomo Gaspari, il quale elabora anche un progetto d’influenza maderniana romana, in collaborazione con Nicola Boschetti.

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Il progetto vincitore dell’ambito concorso risulta essere quello di Domenico Rossi, che presenta una chiesa con intersezioni di ordini, alla maniera di Palladio, ma con una soluzione angolare più ristretta e curvilinea. La facciata appare imponente con un grande ordine gigante di colonne corinzie su plinti molto alti. In alto la struttura si presenta frontonata con timpano e la decorazione con bassorilievi e statue sembra essere ancora tendenzialmente barocca.

Altra facciata a cui Domenico Rossi mette mano è quella della chiesa di Santa Maria Assunta, detta dei Gesuiti, sempre a Venezia, realizzata tra il 1715 e il 1728. Problema principale della nuova costruzione è la poca ampiezza della calle che vi passa davanti e che quindi non consente un avanzamento della facciata in avanti, ma la soluzione adottata da Rossi, riesce a movimentarne la superficie approfittando del gioco di volumi e ombre prodotto dalle colonne.

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La facciata si presenta divisa in due livelli, col superiore più piccolo dell’inferiore. Il primo livello è, come si diceva, movimentato d questo sistema di colonne a tutto tondo, ma con un leggerissimo stacco dalla facciata, dove sono proiettate in lesene. La trabeazione appare spezzata in corrispondenza delle colonne, una soluzione per certi versi neorinascimentale che ricorda il sistema del dado brunelleschiano. La facciata è, infine, animata, come in San Stae, da una serie di sculture che però la rendono elegante e più sobria della precedente.

Domenico Rossi lavora anche per palazzi privati, un esempio formidabile di questa sua produzione non ecclesiastica è Palazzo Corner della Regina. Il palazzo è visibilmente ispirato alle soluzioni del Longhena per Ca’ Pesaro, nonostante ciò, la sua architettura si presenta più pacata, ma non meno interessante.

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Il palazzo è organizzato su tre livelli. Il primo presenta un bugnato liscio tipico veneziano, si ricordi ad esempio la Zecca del Sansovino, che però viene intercalato e arricchito da molte aperture per porte e finestre, oltre che dai mascheroni. Il primo piano, di norma il piano nobile, manifesta invece una sobrietà maggiore rispetto al suo superiore, anche se è presente un bel sistema colonnato di scansione della facciata, che agli angoli si risolve in un sistema di colonne binate. L’ultimo piano presenta delle finestre timpanate e intercalate da un gioco di colonne, simili a quelle del primo piano, che reggono una trabeazione che appare spezzata nel punto di incontro delle finestre dell’attivo. Quest’ultima soluzione è assolutamente innovativa e travalica il rigore dell’architettura classica, verso un’arte del costruire più libera da schemi prefissati.

Spero che questo articolo sia stato di vostro interesse e vi abbia fatto apprezzare un po’ dell’architettura di Venezia in un secolo oscuro della sua storia, ma che nell’arte dell’edificare riesce ancora a stupire e a fare grande la città sull’acqua.

Angelo Bartuccio

Riproduzione riservata

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