Considerazioni sulla cancellatura e su “Michelangelo” di Emilio Isgrò

Negli ultimi anni si è formato un nuovo “stile” artistico: la cancellatura, portato avanti in maniera particolare dal siciliano Emilio Isgrò, un artista poliedrico che è anche poeta e scrittore. Più che uno stile, quello della cancellatura è a mio parere definibile più un “fenomeno” artistico che cerca di stimolare ragionamenti profondi, attraverso l’immediatezza della negazione. Cerco in questo articolo di non riportare una mera descrizione dell’opera, ma vi pongo davanti ad alcune mie riflessioni, che ho avuto modo di fare imbattendomi nel catalogo delle opere esposte esposte a Palazzo dei Normanni a Palermo per la mostra “Novecento italiano. Una storia”,  attualmente in corso e dove è esposto tra i tanti quadri (da Guttuso a De Chirico, fino anche a Fontana), l’opera “Michelangelo” di Emilio Isgrò realizzata nel 2014.

copia

Come ben sapete, cari lettori di Artèpassione, la mia vocazione e le mie conoscenze principali si volgono maggiormente alla storia dell’arte moderna, ma forse proprio per il soggetto o per l’eccezionalità dell’opera, sono rimasto piacevolmente colpito da questa realizzazione. L’opera si presenta come realizzata su due piani distinti: il primo più profondo vede in modo annebbiato, ma senza dubbio riconoscibile, una copia del ritratto di Michelangelo Buonarroti eseguito da Jacopino del Conte nel 1535;


il primo piano, invece, mostra qualcosa del tutto fuori dall’ordinario artistico a cui siamo abituati, cioè quello che sembra essere un testo, riconoscibile per la presenza dei segni di punteggiatura in evidenza, completamente cancellato con un grosso tratto nero.

Le emozioni provocate in me alla vista di quest’opera sono state molteplici: la prima è un senso di scombussolamento prima di adattarsi a questo fenomeno artistico, di cui ho sentito parlare, ma senza aver visto mai nessuna opera. In secondo luogo, è sopraggiunto un senso che potrei definire di “Blasfemia” generato probabilmente dall’azione coprente che i grossi segni neri fanno della figura “sacra” di Michelangelo, lo coprono in modo irriverente, con anche una grossa toppa nera in pieno volto, quasi se ne volesse fare una “damnatio memoriae”. Infine è arrivato il momento più razionale, durante il quale non ho potuto non tener conto delle forti emozioni provate precedentemente, ma che mi hanno aiutata a trasformare l’inquietudine momentanea, in domande molto aperte sulle quali ho voluto ragionare.

La prima domanda che mi sono posto è “Perché Michelangelo?”, la risposta che mi sono dato è per certi versi molto semplice. Per la storia dell’arte in generale e per quella italiana in particolare, Michelangelo rappresenta uno dei membri della triade sacra con Raffaello e Leonardo; parlare di Michelangelo sia per i conoscitori sia per gli amatori equivale a parlare del senso e del fondamento dell’arte stessa, almeno di quell’arte che maggiormente caratterizza la nostra esperienza quotidiana e la nostra storia; cancellare Michelangelo genera quindi l’idea di cancellare se stessi e per contro manifesta in modo forte, crudo e quasi crudele, come abbiamo bisogno di arte e come l’arte nella nostra tradizione, formazione e quotidianità rappresenti un fondamento che è impossibile da accantonare. A mio parere con quest’opera, l’artista ha cercato di dar fastidio alle menti pigre, di rompere il velo davanti agli occhi che ci impedisce di renderci conto della bellezza di cui siamo fatti e di cui abbiamo bisogno

La seconda domanda riguarda il testo. Ad essere cancellato è un testo di cui restano ben visibili due segni di punteggiatura: un punto e un punto e virgola; sono due segni di un certo spessore, che indicano una pausa medio-lunga. La cancellatura del resto del testo può significare, per me, il lasciar perdere il superfluo e i segni il soffermarsi a riflettere, a osservare, a pensare. Fermarsi. Fermarsi per ricominciare. Tutta questo pensiero si connette indissolubilmente con la figura di Michelangelo, che cancellato dietro dei segni neri, ci ricorda di come siamo riusciti ad accorgerci di non accorgerci più di niente.

La terza è ultima domanda è stata: “Perché cancellare?”, ma penso che a questa domanda io abbia risposto implicitamente con le altre due. Cancellare per ricordare; secondo me è questo il senso di quest’opera: ricordare l’essenziale, il buono, il bello, qualità presenti nel mondo, ma fin troppo spesso invisibili nella quotidianità, vengono così riportate in vita prendendoci di petto, giocando sull’attitudine contemporanea del non accontentarsi della bellezza che ci circonda, portandoci a desiderare quello che già abbiamo, solo nascondendolo dietro una cortina di grossi segni neri.

Prima di chiudere l’articolo vorrei che ammiraste un’altra opera di Isgrò, solo l’immagine, per mostrarvi come, non solo la negazione implicita della cancellatura, ma anche quella esplicita dei testi, sembri mirare negando le figure a farcele ricordare, a dare loro un piedistallo nella nostra mente basato sulla negazione del personaggio stesso.

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Spero che questo articolo abbia generato in voi delle sensazioni e delle riflessioni e sarei felice se voleste condividerle tra i commenti sul blog o nella pagina facebook, nell’ottica del progetto di condivisione dell’esperienza artistica sul quale si fonda Artèpassione.

Angelo Bartuccio

Riproduzione riservata

 

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