Da oriente a occidente: arte indiana al tempo dei grandi scambi

L’India data la sua vastità territoriale è come un mondo a se stante, che anche storicamente si è staccato da influenze esterne, mantenendo sistemi culturali particolarmente definiti e specifici. La colonizzazione inglese del XIX secolo ne ha eclissato, agli occhi degli occidentali, l’autonomia culturale, rendendo l’India una nuova grande Inghilterra, a cui era accomunata anche dal nuovo idioma linguistico parlato dai locali: l’inglese. In realtà la storia, e nel nostro caso la storia dell’arte indiana, hanno un passato glorioso e assolutamente autonomo. Il periodo di cui mi occuperò in questo articolo è quello dell’impero Mughal, un grande regno che nasce nell’area settentrionale del subcontinente indiano nella prima metà del XVI secolo e che rimane in vita fino alla conquista inglese del territorio.

L’impero Mughal si forma a partire dalla figura di Babur, un condottiero di origine mongola discendente da Tamerlano a sua volta imparentato alla lontana con Gensis Khan. Babur nei primi anni del ‘500 impose il proprio dominio sull’area settentrionale dell’India, non potendo spingersi oltre a causa della presenza di una serie di principati autonomi chiamati “Rajput”, che in futuro diverranno satelliti del più grande impero Mughal. Il periodo che più nello specifico interessa la nostra trattazione odierna è quello di Jahangir, pronipote di Babur e quarto imperatore Mughal dal 1605 fino allla morte nel 1627.

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Interessante sarà, a questo punto, parlare della formazione delle arti all’interno delle corti Mughal. Infatti, è di corti che si parla, corti che vengono formulate direttamente dai sovrani, per quanto riguarda gli artisti, prendendo da altri paesi, in particolar modo la Persia, i migliori pittori in circolazione e trapiantandoli alla corte indiana. Questi artisti, quindi, recano con loro un grande bagaglio culturale, che non è specificatamente locale del subcontinente indiano, ma che si rifà a una serie di esperienze desunte dalla loro provenienza. I sovrani Mughal, e in particolar modo Jahangir tenevano molto al loro atelier di artisti, si pensi che lo stesso sovrano e il figlio fossero soliti prendere lezioni di pittura da questi artisti. La fine del XVI e l’inizio del XVII secolo rappresentano, inoltre, dei momenti di forte contatto tra la cultura indiana e quella occidentale europea, soprattutto a causa, da una parte, delle nuove rotte commerciali intraprese, soprattutto, da Portoghesi e Olandesi, che riportavano in Europa dall’oriente non solo merci, ma anche racconti di cultura e costume; dall’altra, delle missioni d’evangelizzazione realizzate soprattutto dai Gesuiti. Di questi scambi sono rimaste testimonianze interessanti: un pittore portoghese in questi anni si stabilisce alla corte Mughal; Rembrandt ripropone in alcuni disegni dei ritratti Mughal che aveva avuto modo di vedere e collezionare; viene stampata una “Bibbia Poliglotta” per l’evangelizzazione di queste terre lontane. Del secondo e del terzo esempio propongo delle immagini esplicative.

Ora sarà meglio scendere ancor di più nello specifico, analizzando un caso esemplificativo della pittura Mughal sotto il dominio di Jahangir, o meglio di suo figlio Shan Jahan. Il caso che vi presento è “jahangir riceve il principe Khurram” del pittore Abid, risalente al 1635/36, dipinto ad acquerello opaco e oro su carta e conservato presso la Royal Library di Windsor, in Inghilterra.

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Il dipinto mostra una scena di “Dabar”, cioè di riunione del re con i dignitari di corte. L’evento della dabar, all’interno di una corte Mughal, è assolutamente ordinario, ma questo caso ha una particolarità: siamo, infatti, nell’aprile del 1616 e Jahangir, attuale sovrano Mughal, presenta alla sua corte il figlio ed erede: il principe Khurram, che una volta salito al trono si farà chiamare: Shan Jahan. Il dipinto è realizzato negli anni trenta del ‘600, quindi, Jahangir è morto da qualche anno (1627); si tratta quindi di un’opera fatta realizzare da Shan Jahan, forse per legittimare il proprio potere e per ricordare il padre. Da un punto di vista tecnico, la composizione manca quasi completamente di prospettiva. Gli artisti indiani, seppur con un certo ritardo, avevano appreso le regole prospettive europee, ma per una precisa decisione del sovrano, esse non dovevano essere utilizzate nelle raffigurazioni imperiali. Pur senza l’ausilio della prospettiva, possiamo immaginare una grande sala allungata, con una transenna divisoria a circa 1/3 della stanza e con in fondo una piccola balconata, coperta da un baldacchino, chiamato “Giaroka”, che evidenzia i personaggi principali: l’imperatore al centro, il principe Khurram a sinistra e un servitore, forse anche un “Sufi” (figura religiosa musulmana, spesso legata all’autorità imperiale) sulla destra. Il baldacchino evidenzia, in modo particolare, la quasi mancanza di prospettiva, qui visibile appena nella riduzione di grandezza delle colonne posteriori della struttura. In basso troviamo i dignitari di corte, divisi da una transenna dorata che li separa, probabilmente, in base al grado di nobiltà, rintracciabile anche dalla diversa qualità del vestiario e dei gioielli indossati. Quest’ultimo dato è molto interessante e riflette l’attenzione che i pittori dell’atelier Mughal avevano per la definizione dei particolari più minuti. Tornando a trattare la figura dell’imperatore, ritroviamo un elemento molto comune nelle rappresentazioni imperiali e, che nonostante i Mughal fossero musulmani, sembra discendere da antichi temi buddhisti: stiamo parlando del “Nimbo”, di seguito proposto in un particolare del nostro dipinto e in un altro esempio coevo.

Nimbo è questa sorta di raggiera che cinge il capo dell’imperatore dandogli una sorta di legittimazione divina, oltre che una realtà divina della sua persona. Dall’immagine di destra si nota, inoltre, la forte influenza che il cristianesimo importato dai Gesuiti ha sulla figurazione Mughal: sotto i piedi dell’imperatore sta infatti un globo entro cui sono raffigurati un agnello e un leone che riposano vicini, come riportato in un passo biblico, come prefigurazione della pace. Altre figure frutto di questa commistione sono i puttini, due dei quali incoronano il sovrano, ma che ritornano anche nel dipinto principale qui analizzato, nel particolare posto al centro della parte bassa della scena.

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Qui si vede un’altra raffigurazione dell’imperatore e oltre a notare i due putti dalle fattezze tipicamente cristiane e all’europea; si veda, anche, un altro attributo imperiale: il globo, come raffigurazione del dominio che il re esercita sul proprio territorio. L’iconografia del globo non è stata importata in India, ma è qualcosa che accomuna la cultura orientale e coccidentale, si pensi al celebre ritratto di Elisabetta I d’Inghilterra.

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A conclusione, quindi, spero che questo articolo sia stato di vostro interesse e vi abbia permesso di conoscere qualcosa in più di una cultura molto lontana, ma che sempre di più affascina l’uomo occidentale. Questo articolo vuole essere un invito, anche, ad aprire gli occhi sull’arte lontana, allontanandoci da quella vecchia scuola che ritiene gli europei unici depositari della vera arte: il nostro passato ha solo sviluppato una delle miriadi di forme dell’arte. L’arte non è unica e univoca, ma rappresenta il messaggio che ogni singola cultura intende trasmettere.

Angelo Bartuccio

Riproduzione riservata

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