Sesso, birra e pittura

Oggi il nostro articolo si apre con un titolo particolare, una citazione da un testo di Flavio Caroli, che usa questa sorta di locuzione per riferirsi all’arte del pittore olandese Jan Steen, ma che può essere trasposta, senza troppa difficoltà, alla realtà sociale del nord Europa nel XVII secolo. Il ‘600 è un secolo dai fortissimi contrasti, ma che rappresenta per l’area nordeuropea un periodo di rivelazione a livello internazionale, soprattutto per l’Olanda, che a causa delle nuove rotte commerciali e della colonizzazione, apre le porte a una stagione di benessere economico e sociale che traspare anche nel fiorire delle arti, che via via spostano il proprio centro d’attrazione principale dal Belgio, anche se ad Anversa c’è Rubens, all’Olanda, soprattutto nell’area di Amsterdam, Leida e Delft.

All’interno di questo panorama la società si modifica e questa trasformazione non passa inosservata agli occhi attenti degli artisti; si cominciano ad abbandonare le pitture sacre e si comincia a fare della baldoria delle taverne e delle strade dei sobborghi, il principale soggetto della produzione artistica: nasce la pittura di genere. Questo tipo di pittura è genericamente una pittura di società, è una pittura che indaga a fondo il reale e lo ripropone nello stesso tempo reale e idealizzato, nel secondo caso al fine di veicolare un messaggio. Un modello pittorico interessante di questo periodo è il “Tronie”, cioè dei ritratti di persone comuni intendi a compiere varie attività, rappresentati spesso in modo caricaturale o deformato. Princiapale esponente di questo genere di pittura è Frans Hals, ma si dedicano a quest’arte altri artisti, tra cui anche Rembrandt.

A realizzare, invece, spaccati più complessi di società con valori anche di carattere morale, ma sicuramente narrativi della cultura del tempo è Jan Steen. Egli è un personaggio particolarmente addentro alla questione, infatti, è figlio di un birraio e quindi ha modo di osservare da vicino la vita di una taverna. Nonostante le umili origini, la sua formazione è particolarmente elevata, infatti, studia a Leida, sua città natale, alla scuola latina, la stessa frequentata da Rembrandt. Le sue figure hanno un che di inquietante, di furbizia un po’ malvagia. Un interessante esempio della sua pittura è il quadro dal titolo “Al vecchio che canta, il giovane fa eco” del 1665 conservato alla Mauritshuis de L’Aia.

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Il quadro rappresenta una probabile festa di battesimo del bambino in fasce al centro della composizione. La madre è naturalmente quella che tiene il bambino in braccio, mentre il padre è l’uomo col cappello sulla sinistra e qui si vede la prima inquietante stranezza: la palpabile differenza d’età nella coppia. Attorno alla tavola sono tutti ubriachi e la festa sembra trasformarsi sempre più in un baccanale, dove tutto è concesso, perfino che un ragazzino venga invogliato a fumare la pipa, come si nota sulla destra. Il pappagallo rosso nell’angolo in alto a sinistra, inoltre, offre la percezione di come l’Olanda dominasse con le sue colonie mezzo mondo, data la diffusione di animali esotici provenienti da terre lontane. Il dipinto è uno spaccato sociale importante, che in un’apparente attaccamento al reale, offre invece spunti di riflessione morale interessante. Non mancano, infine, virtuosismi pittorici: ad esempio la natura morta con limone ed uva al centro della scena, che mostra come il criterio di verosimiglianza naturalistica stia alla base del dipinto.

Un altro interessantissimo dipinto di Jan Steen è la “Donna che fa la toeletta” del 1659/60, dove l’intento didattico è maggiormente percepibile, ma velato ancora in modo ironico.

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Jan recupera in questo dipinto un topos proprio dell’arte fiamminga del XV secolo: l’ “arco diaframma”, cioè questa fittizia struttura architettonica dipinta che divide lo spazio dell’osservatore dai personaggi del dipinto. In questo caso l’arco diaframma aiuta a capire il senso di privato che vive la donna rappresentata, ma al tempo stesso diventa una quinta teatrale di uno spettacolo comico, che lascia un sorriso divertito. L’architettura rinascimentale dipinta, così grandiosa, stona con la scena di quotidianità rappresentata: una donna appena svegliatesi, mentre sta mettendo le calze con una certa allusione erotica. Steen rende tutto estremamente familiare e non costruito: le pantofole buttate a caso nella stanza, il letto scomposto e quello che sembra essere un vaso da notte ben in vista. In tutta questa normalità, che avvicina la toeletta a una scena di genere qualunque, si cela un significato più profondo, legato all’erotismo e all’amore.

Da una parte la donna nell’atto di infilare le calze lascia intravedere tutte le gambe, dall’altra in primo piano troviamo uno spartito, uno strumento musicale e un teschio. La musica è sempre stata associata all’amore, ma se per Vermeer essa rappresentava l’infatuamento, l’amore segreto e atteso; per Steen, che inserisce uno strumento con le corde rotte, la musica viene a rappresentare l’esatto opposto, divenendo un monito contro le pulsioni carnali, tanto da essere associato al teschio, altro topos già presente nella pittura olandese: si pensi a “Vanitas con violino” di Pieter Claesz del 1630, dove il teschio è ancora una volta associato a uno strumento musicale.

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Di esempi di pittori come Steen e di composizioni di genere se ne potrebbero fare a bizzeffe, per tale motivo spero di poterne riparlare più avanti. Per ora, spero che questo articolo sia stato di vostro gradimento e vi abbia fatto conoscere uno degli aspetti più tipici, ma forse poco indagati della pittura olandese del XVII secolo.

Angelo Bartuccio

Riproduzione riservata

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