Pantheon…tempio di tutti gli architetti

L’architettura classica ha sempre rappresentato, almeno fino alla metà del XIX secolo, un punto di riferimento fondamentale per le costruzioni di nuova edificazione, sia in Italia sia in altre parti d’Europa. Tra gli edifici antichi, quello che ha da sempre affascinato maggiormente artisti, poeti, umanisti e architetti è stato indubbiamente il Pantheon.

Fatto costruire da Agrippa intorno al 27 a.C. e ricostruito, dopo degli incendi distruttivi, da Adriano tra il 120 e il 124 d.C., rappresenta l’unico monumento dell’antichità romana rimasto pressoché integro e intatto fino ai nostri giorni, grazie alla sua solidità derivata da tecniche costruttive all’avanguardia, su cui tanto si è spesa la storiografia e che preferisco ad essa rimandare, senza dilungarmi su questioni tecniche.

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Da un punto di vista architettonico elementare è doveroso, per capirne l’influenza futura, farne una descrizione visiva: la facciata con frontone timpanato si presenta imponente, con un pronao ottastilo molto profondo con una copertura a capriate lignee, un tempo ricoperte da lastre bronzee poi asportate sotto papa Urbano VIII Barberini, dando vita al famoso detto “quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini”. Il pronao è collegato alla grande cella circolare interna mediante un avancorpo a forma di parallelepipedo che chiude la facciata prolungandosi sopra l’altezza del pronao, bloccando la vista sulla copertura a cupola che avrebbe dovuto destare un effetto a sorpresa sul visitatore: infatti, l’antica struttura della piazza attorno al grande tempio era di uno spazio colonnato stretto e lungo, che difficilmente lasciava intendere che oltre un comune, per quanto imponente, pronao potesse celarsi una grande aula circolare con una così grande e maestosa copertura a cupola. All’interno della rotonda, lo spazio visivo si apre alla luce che invade l’ambiente attraverso il grande oculo centrale, aperto in cima alla cupola; quest’ultima diverrà poi il punto focale di alcune architetture di ispirazione degli anni a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo.

Primo architetto che indubbiamente prende spunto dalla mirabile architettura del Pantheon è Andrea Palladio, il quale tramanda i suoi approfonditi studi sull’architettura romana nei suo “Quattro libri dell’architettura” del 1570. Palladio si occuperà anche di un ammodernamento o di nuove costruzioni a Venezia nel XVI, prendendo spunto direttamente dall’architettura del Pantheon. Riporto di seguito un caso: si tratta della basilica del Redentore iniziata nel 1577, costruita como voto dalla città di Venezia per aver scampato la peste del 1575.

La facciata presenta un chiaro riferimento al Pantheon con un avancorpo rettangolare che chiude la facciata in un altezza superiore a quella del timpano occludendo, se vista da vicino, la vista della cupola retrostante o incorniciandola nella vista da lontano. La facciata del Redentore offre anche la possibilità di rendere nota la bella tecnica architettonica del frontone spezzato, che interessa la struttura a una sorta di primo livello non ben definito.

Nel 1771 papa Clemente XIV apre i lavori per la realizzazione di nuovi spazi espositivi, per quelli che saranno gli odierni Musei Vaticani. La direzione architettonica del progetto iniziato da Dori, proseguirà nel 1772 con Michelangelo Simonetti, il quale realizza una sala chiaramente ispirata, nel nome e nella struttura al Pantheon: la sala dell Rotonda.

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Il progetto si manifesta da subito perfetto per lo scopo, infatti, il museo Pio-Clementino nasce sulla scia del Museo Capitolino del 1734, come un luogo di salvaguardia delle opere d’arte e archeologiche di Roma, dalla dispersione generata da compravendite e spoliazioni. Il recupero di un’architettura antica  è un po’ il recupero di un’opera e della sua originalità, inoltre, la particolare struttura del Pantheon ben si conformava all’esposizione entro nicchie di grandi statue antiche, oltre a diventare punto di raccordo angolare tra le due parti principali del nuovo museo.

Ultima opera architettonica degna di nota è la chiesa della Gran Madre di Dio a Torino, eretta tra il 1816 e il 1831 da Ferdinando Bonsignore, se non fosse che nell’arte si parli d’ispirazione si potrebbe, volendo scherzare, parlare di plagio architettonico.

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La chiesa posta su un alto basamento svetta con la sua facciata imponente sulle rive del Po. Il punto di contatto architettonico è indubbiamente il Pantheon da cui riprende il pronao, anche se in questo caso è esastilo e non ottastilo; il timpano, l’avancorpo rettangolare e la cupola ribassata; tutti elementi tipici del grande tempio romano in una riproposizione moderna. Questa chiesa torinese dimostra come in epoche così vicine alle nostre il richiamo dell’antico è ancora vivo. A tal proposito voglio lasciarvi una questione aperta…secondo voi un recupero del mondo classico, con questi livelli espressivi,  nella contemporaneità è possibile? Il riferimento è ormai obsoleto o qualcosa si può ancora recuperare?

Angelo Bartuccio

Riproduzione riservata

 

 

 

 

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