L’arte della bruttezza

All’interno della storia dell’arte italiana ed europea, un ruolo fondamentale è stato giocato dalla rappresentazione del corpo umano, sia come studio anatomico sia in forma puramente artistica. In molti casi, però, per alcuni artisti si è resa necessaria, al fine di un esercizio pratico o con un fine ben preciso rappresentare la “bruttezza” dell’umanità. Da questo bisogno, nasce già dal tardo medioevo l’arte della caricatura: essa infatti non è solo un giochetto artistico acchiappa turisti in piazza Navona a Roma o a Montmartre a Parigi, ma ha rappresentato un tassello importante del grande puzzle della storia dell’arte occidentale.

Il primo esempio che ho il piacere di proporvi e che aiuterà a capire come l’arte della caricatura sia passata in mano, anche, a  grandi nomi, è un disegno di Leonardo da Vinci dove sono rappresentate delle teste umane caricate.

leonardo 400

Per Leonardo, di certo, la caricatura non sarà servita con uno specifico programma intellettuale, politico o religioso, come accade per gli artisti che vedremo più avanti; il maestro fiorentino la usa come studio dell’anatomia e dell’espressività del viso, senza togliere, però, una sottile vena ironica. Leonardo ci aiuta a capire cosa si intende per caricatura, cioè quell’arte che non inventa le proprie figure, ma ne esagera determinati particolari fisiognomici, magari già particolarmente accentuati oltre la normalità.

Altro artista interessante nella logica della caricatura è Bosch nel suo “Cristo portacroce” della prima metà del XVI secolo.

bosch prima 500

In questo caso la caricatura dei visi attorno alla figura del rassegnato Cristo “portacroce” ha uno specifico valore religioso, che si inserisce perfettamente nel fervore religioso generato nel nord dalla riforma protestante della prima metà del ‘500. La caricatura ha in questo caso un significato legato al peccato e alla malvagità umana, che si manifestano con connotati non solo caratteriali, ma sono riscontrabili anche nell’esteriorità. Le uniche figure non caricate sono il Cristo e quella donna, forse una moderna Veronica, che anche se non resa in modo caricaturale, mostra una chiara espressione di indifferenza alla tragicità della scena.

Facendo un salto di alcuni anni, sarà interessante trattare la figura di William Hogarth che realizza un incisione con decine di teste caricate, nella prima metà del XVIII secolo.

hogarth prima 700

La figura di Hogarth è quello di un militante politico inglese e antieuropeista, che si inserisce nel clima politico inglese seguente all’esperienza di Oliver Cromwell e alla “Great revolution” del 1688. Attivo in politica, le sue rappresentazioni artistiche riflettono tale impegno: si tratta, infatti, di teste di uomini della politica inglese di quegli anni, che vengono criticati e per questo caricati, con una stringa di base che spiega il riferimento. L’esperienza di Hogarth diventa, quindi, una buona testimonianza della possibilità di valenza politica data alla caricatura.

Ultimo artista è Francisco Goya che negli anni venti del XIX secolo dipinge a olio sulle pareti della propria casa una serie di raccapriccianti e misteriose scene, che si inseriscono nell’ampio filone del “capriccio” iniziato da Giambattista Tiepolo già nel secolo precedente. In particolare vi presento la “Romeria de San Isidoro”.

1819-23

In questo caso la caricatura diventa un virtuosismo artistico senza un programma ben preciso, diventa per certi versi un’arte pura e fine a se stessa usate per dare figurazione all’incomprensibile, alla miseria e alla pazzia. A questo senso di cupo smarrimento partecipa, in Goya, anche il paesaggio realizzato a tinte fosche e nere, dove si snoda questa processione di matti. Goya fa di questo tipo di realizzazioni uno dei suoi principali filoni artistici, rendendolo uno dei grandi maestri di quella che si potrebbe definire una “psicologia dell’arte”.

Spero che questo articolo vi abbia fatto ricredere su l’arte della caricatura: essa non è qualcosa di nicchia e neanche un gioco. In fondo la usiamo ancora oggi nelle vignette satiriche di molti giornali o che vediamo sui social, e per questo rappresenta una delle forme dell’arte, forse, tra le più vicine alla nostra quotidianità.

Angelo Bartuccio

Riproduzione riservata

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