Acquaforte: tecnica ed esempi celebri

All’interno della grande famiglia dell’incisione, un posto di rilievo è sicuramente dato all’acquaforte, una tecnica di incisione indiretta della lastra da stampare. In linea generale e sintetizzando molto: l’incisione è quel processo contemporaneamente meccanico e creativo, che permette di modellare un supporto (il legno per la xilografia, lastre metalliche o altri materiali) con delle parti scavate e successivamente inchiostrate , al fine di utilizzarlo come matrice per la stampa di immagini. Mi rendo conto che proporre una sintesi così ristretta non renda giusto onore all’incisione, ma è importante capire il concetto generale, per poter comprendere la tecnica particolare. L’acquaforte è in modo più specifico una tecnica di incisione indiretta della lastra metallica mediante un mordente. Cosa significa questa definizione? Innanzitutto, che l’acquaforte parte da un supporto metallico (nella maggior parte dei casi antichi, una lastra di rame); secondo punto è il mordente, con cui si intende un qualcosa capace di corrodere la lastra nei punti desiderati; si tratta solitamente di acido nitrico che in passato era chiamato, appunto, acquaforte.

La lastra metallica viene preparata con un sottile e uniforme strato di una vernice trasparente composta, solitamente, da cera, bitume e mastice e la si fa aderire e annerire perché il tratto inciso risulti più facilmente all’occhio. La vernice così stesa, viene graffiata con una sorta di grosso ago, detto punta, che asporta la vernice lasciando scoperta la lastra sottostante nei punti desiderati. La lastra con sopra la vernice, in parte asportata per creare il disegno, viene immersa in un bagno di acido che intacca le parti metalliche protette, mentre la vernice, rimanente nelle altre parti, fa la funzione di pellicola protettiva dalla morsura. Il bagno di morsura non è naturalmente tutto chimico, ma si tratta di una parte di acido nitrico e di quattro parti d’acqua; inoltre, a seconda dell’effetto desiderato il mordente può essere applicato a pennello, a tampone o i bagni acidi possono svolgersi per tempi e temperature diverse, generando qualità di solco ed effetti da essi derivati nettamente diversi tra loro; in alcuni casi l’acido utilizzato può essere il percloruro di ferro, che non produce bolle di risulta sulla lastra, che così viene incisa in modo più preciso e non deve essere rilavorata con la penna d’oca. Una volta ottenuti i solchi, questi vengono inchiostrati e stampati, mediante pressione manuale o di un torchio, su un foglio di carta.

La principale peculiarità dell’acquaforte è il tratto che genera al momento della stampa, esso si manifesta particolarmente chiaroscurato e con accenti quasi pittorici, veramente meravigliosi. Uno dei più grandi acquafortisti di tutti i tempi, forse il più grande, è certamente Rembrandt e ho il piacere di proporvi quello che è passato alla storia come il “Dottor Faust” del 1652.

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Rembrandt rappresenta il punto di snodo principale per l’arte post rinascimentale. Egli, più che per i suoi quadri, è conosciuto in tutta l’Europa del Seicento e del Settecento per le sue meravigliose incisioni, dove riesce a offrire tramite il mezzo della stampa un rapporto luci e ombre di un’intensità tale da essere paragonato alla pittura. Il maestro olandese, sembra prendere gusto nella realizzazioni di queste acqueforti in ambienti difficili, infatti, realizza i suoi soggetti spesso in interni, illuminati da una luce esterna che penetra da delle finestre con una qualità, che in pittura, forse è paragonabile a Jan Vermeer.

Altri interessanti rappresentanti dell’acquaforte potrebbero essere Giambattista Tiepolo e un suo corrispettivo di qualche anno successivo, Francisco Goya. Ve li presento con due produzioni di soggetto molto simile: un “Capriccio” di Tiepolo della metà del ‘700 e il “Sogno della ragione produce mostri” di Goya degli ultimissimi anni del ‘700.

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Spero che questo articolo sia stato di vostro interesse. Mi piacerebbe iniziare un piccolo percorso dove promuovere approfondimenti sulle tecniche artistiche, perché spesso apprezziamo l’opera, ma non ne conosciamo abbastanza la sostanza materiale.

Angelo Bartuccio

Riproduzione riservata

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