Tavola imbandita

Il tema del cibo nella storia dell’arte è uno di quelli che attraversano i secoli, ma che è sempre caro ai vari artisti che lo declinano in centinaia di varianti possibili: dal sacro al profano, dalla natura morta alla resa della quotidianità. Quel che è certo è che la trattazione del tema culinario, permette di riscoprire la possibilità estetica di elementi di uso, e in questo caso di consumo, quotidiano. Già, seppur in un altro contesto, avevo introdotto questa tematica nell’articolo “Invito a cana”, dove essa era trattata in relazione al sacro, nella rappresentazione che ne faceva Paolo Veronese; ora mi interessa presentare il cibo nella sua variante più comune, nel modo in cui è stato tradotto da alcuni artisti.

Il cibo, oltre che sostentamento, è anche convivialità; questo aspetto era compreso forse più nel passato che oggigiorno e ce lo dimostra il bellissimo dipinto di Pieter Bruegel il Vecchi, dal titolo: “Lotta fra Carnevale e Quaresima”, un tema molto attuale in questi giorni. Esso è del 1559 ed è conservato presso il  Kunsthistorisches Museum di Vienna.

Carnevale-Quaresima-e-un-vecchio-quadro-di-Bruegel_articleimage.jpg

A parte i significati allegorici molto forti presenti nel dipinto, quello che interessa alla nostra analisi attuale è la diffusione del cibo e delle bevande, come mezzo di convivialità, di unione di una comunità che vive, e in questo caso si diverte, ritrovando un punto di incrocio nel cibo. A questo proposito si noti l’uomo grassoccio che cavalca una botte in primo piano o i formaggi su alcuni tavoli: il cibo partecipa della parte gioiosa del dipinto, al Carnevale, che si contrappone ad una più mesta Quaresima.

Il cibo ritorna ora come bene di consumo necessario al sostentamento e alla vita, povero che esso sia. Buona rappresentazione di questo senso “pratico” del cibo sono due quadri molto lontani nel tempo, ma che si risolvono nella stessa sensazione estetica generata da un azione tanto semplice, quanto indispensabile: il mangiare. Mi riferisco al “Mangiafagioli” di Annibale Carracci del 1584/85 e ai “Mangiatori di patate” di Vincent Van Gogh del 1885.

 

Esattamente a trecento anni l’uno dall’altro, le atmosfere sono le stesse: entrambe nobilitano nella forma artistica della pittura, scene di quotidianità di gente povera, che pure è risollevata dalla propria triste condizione nell’atto del mangiare. Consumare cibo, significa essere vivi, poter respirare e compiere azioni e ciò sia per Carracci che per Van Gogh, sembra valere molto più di una condizione economica infima. La pittura di Annibale Carracci, poi, è particolarmente densa di queste rappresentazioni, che traducono l’esperienza quotidiana in esperienza estetica. Una differenza intercorre tra i due ed è il senso del privato: il “Mangiafagioli” del Carracci sembra farci suoi commensali ed essere a metà tra avere la bocca piena e pronunciare una parola verso di noi; i “Mangiatori di patate” sono come spiati da lontano, dall’esterno di una finestra; di quest’ultimi è colto il senso privato e familiare della tavola.

Negli stessi anni di Van Gogh accade che si passi a prestare la tavola imbandita, come modello del dipinto. Protagonista non è più solo il commensale, ma lo è soprattutto il cibo posto su una tavola che appare come un altare contemporaneo, dove le vivande non sono sacrificate, ma glorificate. Interessante a tal riguardo sono due produzioni artistiche: la prima di Gustave Caillebotte del 1876 chiamata “Le Dejeuner”; la seconda di Henri Matisse del 1896/97 dal nome, altamente esemplificativo al tema di questo articolo, di “La tavola imbandita”.

Il primo ha una matrice un po’ più borghese con questa tavola in legno laccato e un’ampia collezione di cristalli; è un quadro che mi ha sempre affascinato per la bellezza dei riflessi. Le figure sedute e non attorno alla tavola sono poste, del tutto o in parte, in controluce e ciò permette all’occhio di non concentrarsi troppo sulla fisionomia dei soggetti, quanto più sul palcoscenico del cibo: la tavola. Matisse ci presenta invece una tavola più calda, della quale sentiamo quasi il profumo della frutta e dei fiori che una cameriera amorevolmente sistema in un vaso. L’atmosfera è meno distaccata, ci sembra di essere invitati a quella tavola e non commensali inattesi e fastidiosi come in Caillebotte. Ad aiutare queste sensazioni positive trasmesse da Matisse contribuiscono i colori caldi dei frutti, la luce libera di scintillare sui cristalli e la pennellata più veloce, legata ancora ai modelli impressionisti del primo periodo dell’artista.

Spero che questo articolo vi abbia stimolato maggiormente l’interesse a ricercare il senso estetico del vostro vivere quotidiano. Non smetterò mai di ripeterlo: siamo circondati dalla bellezza in ogni momento; basta vedere le cose sotto un’altra prospettiva.

Angelo Bartuccio

Riproduzione riservata

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...