Il polittico dell’apocalisse di Iacobello Alberegno

Poco tempo fa, mi sono occupato dello studio di un polittico conservato presso le Gallerie dell’Accademia di Venezia: si tratta del “Polittico dell’Apocalisse di Iacobello Alberegno”, risalente alla seconda metà del XIV secolo e sito, fino alle soppressioni napoleoniche, nella chiesa di San Giovanni Evangelista a Torcello, una piccola isoletta della laguna di Venezia.

jacobello-alberegno-polyptych-of-the-apocalypseLa chiesa di San Giovanni Evangelista di Torcello, presso cui era, come ho già detto, conservato il grande polittico, oggi non è più esistente se non in forme di scavo archeologico, dato che fu abbattuta dai primi anni dell’ ‘800 e destinata a vari usi, fino ad essere demolita completamente. La realtà di Torcello era, nel ‘300, nettamente diversa dall’attuale luogo nostalgico di una gloria passata. L’isola ricchissima di tesori monumentali, aveva al suo interno anche il monastero di San Giovanni Evangelista, dove trovavano riparo nella vita claustrale perfino le figlie di alcuni dogi. La ricchezza del sito, potrebbe quindi spiegare, anche, la commissione di un’opera di tale grandezza.

L’artista è Iacobello Alberegno, un personaggio poco noto dell’ambiente artistico e culturale veneziano del XIV secolo. Alberegno, per quanto poco conosciuto, ha il merito di esser riuscito a tradurre in ambito lagunare, la pittura dei neogiottisti, che lavoravano molto nell’entroterra veneto e in particolare a Padova; a tal riguardo è esemplificativo il riferimento a Giusto de’ Menabuoi, il pittore che ha affrescato negli anni ’70 del ‘300 il battistero della cattedrale di Padova. Il motivo pittorico di Iacobello è strettamente legato a quello di Giusto del quale, seppur in forme diverse, sembra riprodurre alcuni temi nel “Polittico dell’Apocalisse”: ne è un esempio la bestia apocalittica (anche se quella di Giusto è riferita al XIII capitolo del libro sacro e quella di Iacobello al XVII)

                                  Giusto de’Menabuoi                               Iacobello Alberegno

Mi sono, nel mio lavoro, particolarmente interessato alla figura di questa bestia apocalittica e alla sua derivazione figurativa, traendo spunto da fonti ben più antiche riferite alla classicità e in particolar modo al mito di Ercole e l’Idra di Lerna; ma ora mi preme più inquadrare l’opere in via generale, ma spero di scrivere qualcosa di più approfondito in futuro.

Il “Polittico dell’Apocalisse” dell’Alberegno è dipinto su tavola, composto da quattro tavole minori e una maggiore. Dal nostro punto di vista: la prima a sinistra rappresenta “La grande meretrice” (vd. figura sopra) con questa donna adorna di abiti preziosi, assisa su una bestia col corpo caprino e sette teste di drago. Il corpo caprino è un’invenzione dell’Alberegno, infatti, nell’Apocalisse non è specificata molto la sostanza somatica della bestia; probabilmente l’artista l’ha rappresentata col corpo di capra, rifacendosi alla simbologia che la capra trasmetteva in età medievale, e cioè quella di animale demoniaco e lussurioso

La seconda tavola da sinistra è detta della “Vendemmia”, dove due angeli stando sotto un porticato di forme goticheggianti, vendemmiano in un rigoglioso vitigno, simbolo della malizia.

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Il pannello centrale dell’opera, quello più grande (cm 60X92), rappresenta la visione che l’apostolo Giovanni ha sull’isola di Patmos , rappresentata da Alberegno in modo fedele al testo dell’Apocalisse: al centro Dio padre assiso in trono con in grembo un agnello con sette occhi e sette corna, tutto circondato da una bellissima mandorla. Attorno alla mandorla stanno i simboli alati dei quattro evangelisti e ventiquattro vegliardi, che seguendo ancora il testo apocalittico, Alberegno rappresenta coronati e con in mano delle fiale di profumo a simboleggiare le preghiere dei Santi. Perpendicolarmente alla mandorla, vi è una figura orante, certamente lo stesso apostolo Giovanni, che reca avanti a sé il libro dell’Apocalisse, scritto a seguito di tale rivelazione divina; la sua immagine ammantata e vista di spalle sembra riprendere alcune figure giottesche della cappella degli Scrovegni.

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Il quarto pannello da sinistra presenta “Il giudizio finale”, dove troviamo un giudice su un trono posto in alto e perpendicolare alla figura della morte, da sinistra risalgono i morti della terra e da destra quelli morti in mare che discutono animatamente sui contenuti dei libri che recano in mano. Il giudice porta con sé un grande libro sul quale è scritto “Chi non è scriti su questo libro de vita sarà danadi per…”.

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L’ultimo pannello rappresenta il “Re dei re”, che con tre corone sul capo, lo scettro e il cavallo bianco esce per l’ultima battaglia. Inoltre, nonostante il restauro, è ancora possibile intuire la forma della cornice gotica originale dell’opera che sigillava quella che probabilmente era un’ancona d’altare.

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Infine, è interessante notare quei numeretti inseriti ai piedi di ogni pannello, essi fanno riferimento ai singoli capitoli dell’Apocalisse a cui si riferisce la scena rappresentata e avevano una funzione didascalica, ma anche didattica per aiutare a ricollegare le immagini al racconto biblico.

Spero che questo intervento sia stato di vostro gradimento. Spesso ci concentriamo su artisti dal Rinascimento in avanti, ma non bisogna mai dimenticarsi di quesgli artisti, che la storiografia ha sempre chiamato “primitivi”, nel senso di “progenitori” dell’arte moderna.

Angelo Bartuccio

Riproduzione riservata

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