Esempi prospettici

La novità rinascimentale risiede principalmente nella logica prospettica indagata, già nei primi anni del XV secolo, da importanti personaggi del calibro di Filippo Brunelleschi, Leon Battista Alberti e, in pittura, da Piero della Francesca nel suo trattato dal titolo “De prospectiva pingendi”. I metodi e i problemi relativi alla realizzazione prospettica hanno interessato, a partire dal Rinascimento, gli artisti per qualche secolo, fino all’età contemporanea, che più che per una datazione è distinguibile dal passato dal superamento di quell’ideale prospettico che il Rinascimento aveva fortemente perseguito.

In questo articolo voglio trattare della prospettiva come di quella capacità di allargare lo spazio e il campo visivo e lo farò attraverso un confronto tra opere che presentano la trattazione di uno stesso tema, quello di una grande piazza con tempio in fondo. Va, inoltre, ricordato che i metodi prospettici sono un problema tutto italiano e che la loro realizzazione interessò per primi gli artisti italiani, a cui cercarono, successivamente, di attingere altri grandi maestri soprattutto tedeschi: basti ricordare, ad esempio, la voglia che aveva Durer di apprendere l’arte prospettica da Andrea Mantegna e la corrispondenza che intratteneva con Raffaello.

Il primo dipinto che andrò ad analizzare è il “Funerale di San Bernardino” di Pinturicchio, affrescato all’interno della cappella Bufalini a Roma negli anni ’80 del ‘400.

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Qui cominciamo a vedere la realizzazione di un tema che ci accompagnerà per tutta la nostra trattazione, quello di questa grande piazza prospettica, costituita da un reticolato, che servirà agli artisti più che per sistema decorativo, per dipingere prospetticamente. I pittori italiani del tempo sono ben consci della loro maestria e si perdono in artifici pittorici atti a sottolineare la loro capacità prospettica: ne sono un esempio i porticati e gli arconi, oltre alla forma ottagonale del tempio di fondo, che appare però fin troppo slanciato.

Altro interessante dipinto è la “Consegna delle chiavi” affrescato tra il 1481 e il 1482 da Pietro Perugino per la Cappella Sistina.

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Qui i colori più brillanti del Perugino marcano maggiormente la scena. Tutto si svolge in questa enorme piazza dove la fanno da padrone il tempio sullo sfondo e i due archi di trionfo, citazioni dell’arco di Costantino, ma soprattutto topos pittorico rinascimentale utilizzato anche dal Mantegna. Interessanti sono le proporzioni dei personaggi che si manifestano abbastanza esatte. Unica pecca, forse, la capacità di movimenti dei figuranti di questo palcoscenico, che si presentano fin troppo rigidi e bloccati in scatti.

Si arriva ora al celeberrimo “sposalizio della Vergine” del Perugino del 1501/04 e conservato al Museo di Belle Arti di Caen, in Francia.

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Ancora una volta ritorna il topos figurativo della piazza squadrata e prospettica con in fondo il tempio, tagliato alla cupola dalla cornice del dipinto. Perugino si rinnova ben poco, ma rappresenta uno stato importantissimo nell’innovazione prospettica di quegli anni. La costruzione ottagonale del tempio appare un po’troppo slanciata e ricorda in parte Pinturicchio. C’è forte gusto per la monumentalità, resa anche attraverso personaggi ancora una volta fin troppo bloccati. Bellissimo il paesaggio, che sempre prospetticamente, si intravede dalle arcate del tempio e attraverso la porta principale dello stesso.

Ultimo dipinto è lo “Sposalizio della Vergine” di Raffaello realizzato nel 1504 e conservato alla Pinacoteca di Brera a Milano.

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Qui abbiamo il compimento del Rinascimento: le forme sono più libere e conquistano il loro spazio in maniera mirabile; i personaggi si presentano, com’è tipico in Raffaello, particolarmente dolci. La quadrettatura della piazza, abbandona lo schematismo utile alla resa prospettica e lo maschera sotto una resa maggiormente decorativa. Il tempio sullo sfondo si abbassa e rientra nello spazio; la forma non è più rigidamente ottagonale, ma circolare con una peristasi di colonne; forse ricordato da Bramante nel Tempietto di San Pietro a Montorio. Le citazioni dall’antico non sono più architettoniche e la monumentalità è intuibile, ma non esclusiva, davanti alla dolcezza e alla grazia.

Spero che questo articolo sia stato di vostro interesse e ricordo che di realizzazioni simili ne è piena la storia dell’arte e che queste sono solo a carattere esplicativo di un’infinità di possibilità, ma non posso svelare tutto ora o finirei gli argomenti da trattare.

Angelo Bartuccio

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