Specchio convesso

La pittura è piena, fin dalla metà del ‘400, di esempi di utilizzo dello specchio convesso all’interno dei dipinti. Si potrebbe pensare che essi siano semplici virtuosismi, ma in realtà offrono all’osservatore molto di più; certo da una parte servono all’artista per pavoneggiarsi nella tecnica, ma spesso sono utili oltre che a deformare lo spazio, a renderlo più ampio; sono strumenti che allargano oltre il reale della cornice, lo spazio visivo interno a un’opera. Mio interesse è oggi quello di accompagnarvi in una breve scoperta di alcuni significativi esempi di utilizzo dello specchio convesso nella pittura, dalla prima metà del XV secolo, agli anni ’30 del ‘900.

Il primo, e forse più famoso, dipinto dove troviamo l’espediente dello specchio convesso: è il “Ritratto dei coniugi Arnolfini” di Jan Van Eyck, datato al 1434 e conservato alla National Gallery di Londra.

 

Volendo concentrarmi specificatamente sullo specchio convesso, non mi dilungherò nel trattare del dipinto, per il quale ci saranno certamente occasioni più appropriate. Lo specchio convesso è posto da Jan  Van Eyck alle spalle dei coniugi e riflette non solo la parte di stanza che noi riusciamo a vedere, compresi i coniugi, rivisti di spalle, ma ci offre la parte di stanza a noi invisibile e cioè quella con il pittore che compie il ritratto. Così lo specchio convesso assurge alla sua duplice funzione, quella di virtuosismo di vanità dell’artista e quella di espediente di allargamento spaziale e del campo visivo: l’osservatore da ora in poi è realmente dentro al dipinto, non gli è preclusa nessuna delle parti. In questo specchio è interessante notare anche la cornice dello stesso, dove Jan Van Eyck formatesi nella miniatura, rappresenta una via crucis in dei tondi incastonati nel legno della cornice.

Altro dipinto degno di nota nella rappresentazione di specchi convessi è “Il cambiavalute e sua moglie” di Quentin Massys del 1514, conservato al Louvre a Parigi.

Questo quadro ha un significato interessante, rappresenta la distrazione dal divino e dalla preghiera per occuparsi dei soldi e delle cose terrene. A parte il simbolismo, notiamo ancora una volta uno splendido specchietto da tavolo, convesso dove vediamo riflesso un uomo alla finestra e il paesaggio esterno dalla finestra, oltre alla decorazione in vetro della finestra stessa. Ancora una volta lo specchio è un virtuosismo, ma di nuovo, è utile ad allargare il campo visivo, a dare aria alla bottega un po’angusta del cambiavalute e ad evidenziare la fonte d luce principale. Ho inserito questo particolare che include anche il libro, per farvi notare l’attenzione al dettaglio propria dei fiamminghi; guardate come sono ben definiti contorni delle pagine con una doratura a zig zag, e come è realizzata la miniatura interna al libro…fantastico!

Scendiamo in Italia, dove l’espediente dello specchio convesso è ben recepito ad esempio da Tiziano in “Donna allo specchio” del 1512/15, conservata al Louvre a Parigi.

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Per quanto difficile non ci abbandoneremo neanche sta volta all’analisi completa del dipinto, anche se la pelle bianca e riflettente di questa fanciulla possa sembrare un’attrazione a cui non poter dire di no. Lo specchio alle spalle stavolta non allarga di molto lo spazio, ma sicuramente il campo visivo si, perché offre informazioni circa la fonte di luce, che possiamo definire assolutamente naturale poiché proviene da una finestra di cui si cogli bene il riflesso. Il nome del dipinto è “Donna allo specchio”, in realtà questa ragazza non si sta specchiando, ma è un modo per sottolineare l’importanza di questo espediente, che diviene quasi soggetto a se stante oltre l’importanza che gliene offre la donna.

Interessantissimo dipinto con specchio convesso è l’ “Autoritratto con specchio convesso” di Parmigianino, datato 1524 e oggi al kunsthistorisches museum di Vienna.

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Parmigianino, a circa vent’anni, realizza questo splendido autoritratto, dove lo specchio convesso assume la sola componente virtuosistica e dimostrativa della bravura del pittore. Anche se ventenne, il pittore sembra un bambino a causa della sua natura fragile e malaticcia. Lo spazio riflesso dallo specchio non è solo allargato, ma anche deformato e ciò si nota ad esempio dalle proporzioni della mano e dalla innaturale curvatura della finestra. Lo specchio diviene unica cosa col suo autore e si fa insieme all’artista, protagonista del dipinto. Inoltre, la composizione anamorfica che lo specchio offre, si manifesta particolarmente ben inserita nel contesto manierista entro cui opera il Parmigianino.

Ultima opera che ho il piacere di proporvi è “Mano con sfera metallica” di Maurits Cornelis Escher del 1935.

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Qui vediamo come è abbandonata l’antica idea di specchio convesso semisferico, che viene sostituito con un’intera sfera della quale si coglie bene la sua natura metallica e non vitrea; ma il concetto di base non cambia di molto. Escher fa un connubio di tutte le posizioni del passato: fa un autoritratto allo specchio, evidenzia la fonte di luce sullo sfondo, allarga lo spazio e il campo visivo, e infine deforma le cose seguendo la curvatura della sfera. Escher diventa quindi un compendio del passato e, partendo da ciò che era prima, un buon esempio per il futuro.

La trattazione dell’arte dello specchio convesso non è di certo esaustiva in poche righe, ma sono stato contento di aver trattato questo tema che trovo molto interessante e coinvolgente.

Angelo Bartuccio

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