Baccanale

In un articolo precedente ho trattato dell’opera pittorica di Caravaggio in Sicilia durante il periodo della sua fuga da Roma, oggi facendo un salto indietro intendo trattare del suo primo periodo romano e in maniera particolare vorrei parlare dei suoi ritratti di Bacco.

Prima di arrivare all’analisi più nel dettaglio di due dipinti espressamente rappresentanti Bacco, mi sembra utile vedere come la tematica del ritratto di fanciulli sia particolarmente presente nell’arte di Caravaggio alla metà degli anni ’90 del XVI secolo.

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Il primo dipinto dal titolo “Fanciullo con canestra di frutta” del 1593/94 e conservato presso la Galleria Borghese a Roma, ha come tema quello di un giovane ragazzo che con un forte accenno sensuale, determinato dallo sguardo languido e dalla spallina abbassata, sorregge una cesta colma di frutta. La figura del fanciullo esce fuori da uno sfondo scuro, ma non completamente nero, illuminato da una luce artificiale esterna che disegna i contorni della figura posta di 3/4. La cesta di frutta in mano è dotata di spettacolare realismo, si noto ad esempio la foglia di fico che pende scomposta sulla destra che presenta numerose macchie come stesse per diventare secca e potesse essere scrocchiante ad un ipotetico tocco reale.

Seguendo un ordine non specificatamente cronologico, ma più tematico, si fa interessante parlare di un altro dipinto con protagonista un giovane fanciullo, ed è appunto: “Ragazzo morso da un ramarro” del 1595/96 e conservato alla Fondazione Longhi di Firenze.

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Qui Caravaggio pone forte attenzione alla componente psicologica della sua figura, oltre a quella della sensazione e del suo corrispettivo fisiognomico: l’espressione. Il ragazzo, protagonista di questo dipinto, è appena stato morso da un ramarro che sbuca dalle foglie sul tavolo davanti a lui; la sua espressione è insieme di paura, sorpresa e dolore e fa un gesto di spontaneo allontanamento restando, però, come immobile nella sua posizione. La fonte di luce è ancora esterna al dipinto, ma la fonte sembra riconoscibile nel riflesso di una finestra nel vaso, della quale con somma maestria è rappresentata la trasparenza che lascia intravedere gli steli delle rose immerse nell’acqua all’interno. Dal vaso si intuisce quasi un movimento interno al dipinto, determinato dall’allontanamento a scatto del ragazzo, che ha così fatto tracimare l’acqua dal vaso e alcune gocce stanno scivolando lungo il vetro dello stesso.

Il primo dipinto che assume nel titolo il nome di Bacco è il “Bacchino malato” del 1593/94, conservato anch’esso presso la Galleria Borghese a Roma.

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Il nome di questo dipinto proviene dalla pelle biancastra di questo Bacco, che è forse un autoritratto di Caravaggio durante un suo periodo di convalescenza. Qui la posa del Bacco sembra ricordare un po’ Michelangelo, anche per la resa molto evidente della muscolatura. Interessanti ancora una volta le foglie e i frutti espressi nel loro sorprendente realismo; molto particolare è la coroncina di foglie un po’ avvizzite, che si legano bene alla capigliatura riccia e scompigliata del Bacchino. Si comincia qui a vedere anche un certo gusto prospettico nel tavolo in pietra in primo piano e della posa degli oggetti (il fiocco della veste o delle foglie) su di esso.

Altro dipinto, forse più famoso, è il “bacco” del 1596/97 ed esposto alla Galleria degli Uffizi di Firenze.

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In questo quadro, forse più che nell’altro, è possibile intravedere la metafora cristologica sottesa. La posa di questo secondo Bacco è estremamente classica, come chiara citazione del mondo romano è questa specie di toga che ne avvolge il corpo, lasciandolo sensualmente seminudo. Stupenda la frutta in primo piano, dove si vede chiaramente il marciume che ha colpito alcuni frutti e che dona un realismo stravolgente al particolare di natura morta. Bellissimi sono anche la brocca e il bicchiere col vino, entrambi rappresentati con una grazia e finezza ineguagliabili e raggiunti, forse, da qualche pittore olandese degli anni successivi, come Pieter Claesz. Il bicchiere col vino in particolare sembra fatto d’aria, tale sembra la sua leggerezza, sottolineata dalla mano del Bacco che lo regge con tre dita, facendola stare come in bilico.

Tema ricorrente in tutti questi dipinti è certamente la cesta di frutta che rappresenta insieme quel tocco elegante della natura morta e il potente realismo proprio di Caravaggio; quindi diventa doveroso fare un piccolo accenno alla famosa “Canestra di Frutta” della Pinacoteca Ambrosiana di Milano, dipinta tra il 1594 e il 1598.

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Questo dipinto, che ho scelto di inserire tra le immagini di apertura del blog, fa come un ingrandimento sui cesti di frutta visti fin’ora e ce li propone da protagonisti. La frutta qui rappresentata è concreta, tangibile e viva e in quanto viva è d’altra parte morente e andante verso il marcio, che è evidenziato da molte macchioline nere o buchi sulle bucce, lontane anni lune dalla perfezione ideale che forse avrebbero avuto durante il Rinascimento. Lo stesso accade alle foglie, il cui stato di decadimento è sottolineato dalle numerose variazioni di sfumatura cromatica sul verde o sul giallo. Attento e impeccabile si manifesta anche l’intreccio dei vimini che compongono la canestra; quest’ultima, inoltre, sporge leggermente dal tavolo su cui è riposta generando un ombra e un gioco prospettico, che conferisce al dipinto quel senso di tangibilità che si diceva all’inizio della descrizione.

Caravaggio è un pittore dalle mille facce, come quelle dei suoi personaggi; è un pittore di cui ci si innamora facilmente, forse perché tanto vicino alla quotidianità e al reale, che troppo spesso riconosciamo come opera d’arte solo se messa in cornice. Caravaggio ci invita a guardare attorno a noi e a scoprire, come si dice nella presentazione del blog, l’estetico che ci circonda.

Angelo Bartuccio

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