Da Venere a Olympia

Anche se l’arte è capace di alienare l’uomo dal mondo circostante grazie alla sua valenza estetica, essa trova comunque la propria realizzazione di prodotto artistico nella realtà. Questa frase credo possa fare da sunto ad alcune posizioni di Herbert Marcuse a cui, per via dei miei studi, mi sono avvicinato con vivo interesse. Proprio per il suo attaccamento al reale, l’artista che realizza un’opera d’arte, non può esimersi dal rappresentare quel dato erotico che fa parte dei bisogni fondamentali propri dell’umanità. A partire da questa precisazione, risulta più facile comprendere il perché di tante realizzazioni a sfondo sensuale che attraversano nei secoli la storia dell’arte. Oggi vi propongo un breve, ma spero esaustivo, commento su alcuni nudi femminili, che tanto hanno impresso il loro carattere nell’arte europea, a partire dal XVI e fino al XIX secolo.

Il primo dipinto che ho il piacere di proporvi è la “Venere dormiente” di Giorgione, dipinta tra il 1507 e il 1510 e conservata a Dresda.

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Vediamo qui questa donna, o meglio questa Venere, immersa completamente nel paesaggio di cui essa stessa fa parte e contemporaneamente si isola. Rappresenta uno stato di quiete quasi sovrannaturale, mista a una spinta erotica importante data dal corpo rilassato e una mano, che pudicamente copre il pube, riprendendo le forme della classica “Venus pudica”, non fa altro che sottolinearne l’importanza e la spinta erotica e sensuale, ponendosi al centro dell’opera. La donna rappresentata è divina, desiderabile, ma quasi intoccabile.

Altro dipinto, che a differenza della Venere di Giorgione, offre una spinta più concreta e tangibile è la celeberrima “Venere di Urbino” di Tiziano del 1538 e conservata agli Uffizi.

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Qui l’ambiente è chiuso, la Venere ci lascia entrare nella sua casa come ospiti privilegiati e si offre, più che in Giorgione, all’osservatore. Le forme sono sempre quelle della “venus pudica”, ma esprime maggior consenso all’essere osservata. I colori tonali, come quelli di Giorgione, aiutano molto nel dare calore e familiarità a una scena che potrebbe destare un senso di vergogna nell’osservatore. Interessante, oltre alla splendida dama rappresentata, è notare la ricchezza di particolari compositivi: la decorazione delle pareti, la bifora sullo sfondo e le due serve intente a recuperare stoffe da un baule. Le due serve seppur presenti sembrano non fare caso alla ragazza nuda, Tiziano la separa per metà con una tenda verde e la offre senza remore solo al suo osservatore, che entra così nel dipinto in una condizione assolutamente privilegiata.

Facendo un salto di qualche secolo, giungiamo a uno degli artisti sicuramente più intriganti dell’epoca contemporanea: Francisco Goya, del quale presento la “Maya desnuda”, dipinta nel 1800 e conservata al museo del Prado a Madrid.

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Maya è un topos fondamentale della pittura di Goya, essa è una ragazzina dotata di una forza interiore derivante da un’inquietante serenità. L’ossimoro proposto non è a caso e per rendersene conto basti guardare questo dipinto. La ragazza è una giovanissima donna, che a differenza dei suoi precedenti rinascimentali, ha perso ogni nota di divinità o di idealizzazione; è una ragazza che senza il minimo accenno alla pudicizia si offre con un carattere inquietante al suo osservatore, invitandolo ad avvicinarsi con uno sguardo a metà tra il malizioso e il crudele. Il senso di ansia generato da Goya non ha eguali e fa di questo pittore, a mio parere, uno dei migliori rappresentanti della prima età contemporanea.

Pochi anni dopo Goya, in una spinta di revival rinascimentale troviamo Ingres con la sua “Odalisca” del 1814 conservata al Louvre.

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Ingres è il primo a voltare la figura della sua odalisca, che finisce per offrire all’osservatore la schiena, la cui realizzazione fu aspramente criticata perché sproporzionata ed eccessivamente lunga. La ragazza di Ingres gioca con il desiderio dello spettatore, non si offre al completo, ma lascia che la sua bellezza venga scoperta pian piano scendendo lungo le sue curve e solo dopo aver incrociato i suoi occhi e la sua bocca, entrambi racchiusi in un viso coronato da un turbante, che ricorda quello della Fornarina di Raffaello. Bellissimo è il contrasto cromatico tra il candore della pelle dell’Odalisca e il blu, quasi elettrico, dei tessuti che ha attorno.

Nella seconda metà dell’800 il tema della Venere ritorna più forte che mai con Manet e la sua “Olympia” del 1863 e oggi al Musée d’Orsay a Parigi.

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Manet sembra giocare con le tonalità del bianco tra il corpo ceruleo di Olympia e le lenzuola che la accolgono. Il tema e la realizzazione devono molto a Tiziano, di cui è ripresa anche la figura della serva. L’Olympia di Manet è, però, quanto di più lontano di possa essere dalla “Venere di Urbino”; essa infatti non è una divinità idealizzata, ma è diventata una prostituta a cui sono offerti dei fiori provenienti più da clienti che da amanti. Riprende per primo nel XIX secolo l’antico tema della venus pudica, che però viene qui unito a uno sguardo sicuro e intrigante, a tratti inquieto, che ricorda un p’ quello della “Maya desnuda” di Francisco Goya.

L’ultimo dipinto è direttamente legato a “Olympia” di Manet che è ripresa fin dal titolo: “una moderna Olympia” di Cezanne, dipinto nel 1873 e conservato, anch’esso, al Musée d’Orsay di Parigi.

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La moderna Olympia è qui del tutto esplicitata come prostituta: un ricco signore riconoscibile in primo piano la guarda da un divano con un tavolino pieno di cibarie poco lontano, è una donna spettacolarizzata, che ha perso tutto il suo forte valore ideale. Di Olympia sembra intuirsi anche la psicologia, quella di una donna rassegnata della propria fine, dove la pudicizia antica è diventata un misto di vergogna e paura. I fiori non sono più per lei, ma diventano come lei stessa parte di un arredo, bello da fuori e orribile dall’interno.

Naturalmente gli esempi da fare sarebbero a centinaia, ma preferisco fermarmi su questi che rappresentano secondo me, nonostante il salto temporale, un buon piccolo compendio della storia della raffigurazione del nudo femminile, oltre che del gusto erotico e sensuale che ha spesso attraversato il gusto artistico nella storia.

Angelo Bartuccio

 

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