Prato senza erba

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Quasi quattro anni fa, ormai, lasciai la mia terra: la Sicilia. Spaventato, curioso e desideroso di fare e di “inseguire sogni” giunsi a Padova, la città che mi ha accolto da ragazzino sprovveduto e mi ha fatto diventare uomo.

Padova è una città splendida, adagiata in una piana infinita che è interrotta, nelle belle giornate, dall’occhio che spazia alla fascia montana prealpina e ai colli Euganei, dove il Sommo poeta Francesco Petrarca, per l’amenità del luogo, scelse di trascorrere i suoi ultimi anni di vita.

Padova è come una poesia di cui capisci la profondità e la bellezza solo dopo molte letture, di cui cogli le sfumature di significato solo dopo aver letto e riletto la stessa strofa più volte. Questa città sa prenderti e accompagnarti in un viaggio capace di farti sognare, accompagnato dai bellissimi capolavori artistici e architettonici che puoi incontrare lungo una passeggiata qualunque o meglio, con una pedalata qualunque. E’ sempre troppo facile abituarsi alla bellezza ed è sempre più difficile farne a meno quando questa manca. Non che la natura non ci offra spunti fantastici, ma le produzioni artistiche ci rendono parte di un umano, di un vissuto nel quale sarebbe meraviglioso annegare. L’arte crea solide radici di quell’albero di cui noi uomini e donne di oggi non siamo che le foglie più verdi poste in cima. L’arte ci ricorda da dove veniamo e dirige il nostro andare avanti nell’ignoto del futuro. Questi sono alcuni dei pensieri che si rincorrono nella mia mente quando esco di cosa e pedalando lungo le rotaie del tram, diretto a piazza Garibaldi, mi trovo a passare a quel meraviglioso connubio che è l’antica arena romana al cui limite sorge la Cappella degli Scrovegni, capolavoro dell’arte medievale italiana, affrescata da Giotto nei primissimi anni del XIV secolo. Che emozioni quel tripudio di colori, di sguardi senza tempo e di baci rubati, come quello splendido tra Gioacchino e Anna; che mancanza di fiato davanti a una magnificenza tale che fa sembrare ogni parola inutile e vana, che si racconta da sé, senza troppi giri di parole.

Via VIII febbraio è spesso, la sera, deserta, soprattutto nelle fredde serate invernali, ma la notte scura di Gennaio e quella leggera foschia che stringe come in un abbraccio eterno questa città, permettono di ammirare la magnificenza dei palazzi lungo la via: il caffè Pedrocchi, rinomata caffetteria tra le più antiche d’Italia con la sua particolarissima “Sala egizia” al piano superiore e il Pedrocchino dell’architetto Jappelli; il vecchio teatro su piazzetta della garzeria con la bella decorazione in ferro battuto e vetri colorati; l’accesso grandioso di palazzo Moroni e soprattutto palazzo Bo, che troneggia indiscusso su tutti gli altri con il suo alto compito di sede principale dell’Università di Padova. L’Università a Padova è un’istituzione, almeno quasi quanto il Santo senza nome; così antica e così unica che tutti hanno voluto lasciare la propria firma con degli stemmi dentro il cortile vecchio di palazzo Bo, come a dire “io c’ero, anche io ho fatto la storia di questa università”. Forse anche io un giorno potrò dire di aver fatto la storia di questa Università? Lo spero; ma per ora è mio orgoglio con o senza stemma dire “io c’ero”.

Spesso la passeggiata della sera non va oltre il canton del Gallo, il cui nome nasce da mille interpretazioni: la più valida è che vi si trovasse in passato una locanda con una gallo nell’insegna. Altre volte si continua a camminare lungo via Roma, con una pausa magari al portico medievale della chiesa dei Servi, la quale contiene al suo interno uno splendido crocifisso di Donatello, di recente restaurato.

Continuando la passeggiata si imbocca Corso Umberto, e passando sotto il portico di un antico palazzo nobiliare dirimpettaio della chiesa di San Daniele, alzando lo sguardo, si è travolti da un cielo stellato che subito ti riporta al ricordo di quello che hai visto nella Cappella degli Scrovegni. Tutte queste stelle ti potrebbero far dubitare se tutta questa bellezza sia solo sogno o sia “solo” realtà. Nelle vicinanze è interessante dare un’occhiata alla vicina chiesa di San Daniele con le sue absidi medievali che si stagliano solenni sul pittoresco “ponte dei morti”, così chiamato perché in passato vi venivano impiccati i malfattori, o a causa nella necropoli che fin dai tempi più antichi esisteva nell’area dell’attuale chiesa…Romantico vero?

Al termine di Corso Umberto, lo sguardo sembra annebbiarsi e la mente sembra non credere alla straordinaria bellezza accarezza i nostri sensi più profondi: Prato della Valle, chiamato dai padovani il “Prato senza erba”. Nell’isola Memmia, che prende il nome dal suo ideatore Andrea Memmo che la realizzò nel 1775, si è letteralmente circondati da sguardi, quelli di 78 statue di grandi uomini che mostrano come Padova è ed era al centro di scambi culturali, che in molti casi hanno dato vita alla storia dell’arte, delle scienze e della letterature. Prato della Valle ha la forma di una tavolozza da pittore con i colori sparsi in un contrasto fantastico, dal verde degli aceri e dell’erba, al blu riflesso nei canali dal cielo sereno, dal bianco delle statue al bruno dei mattoni della basilica di Santa Giustina. La basilica si affaccia in una zona confinata del Prato, oltre l’asse viario trafficato dalle auto. E’ una delle chiese più grandi d’Italia e si presenta magnifica nel suo candore maestoso interno che culmina nella bellissima pala d’altare di Paolo Veronese, posta oltre il coro in una superba cornice dorata.

Padova è molto altro, avrò certamente modo di riparlarne, ma preferisco al momento non dilungarmi eccessivamente. E’ meglio che assaporiate la bellezza pian piano, senza fretta, come un caffè a metà mattinata o come un dipinto dalle infinite sfumature; prendetevi il tempo di godere dell’arte, fate in modo che essa permei i vostri sensi e le vostre emozioni, non abbiate fretta di respirare la realtà dell’arte.

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